giovedì 28 maggio 2015

Io e il mio Caos. Istruzioni per l'usabilità (di entrambi)


Ho preso un micetto.
Anzi, lui ha preso me.
Mi ha stregato una mattina pregna di casi e coincidenze.
C'avete mai pensato? le cose più belle sono quelle che capitano "per puro caso".
Che Dio lo benedica "il puro caso" dico io.
Insomma, dopo varie orrende vicissitudini gattifere (che magari vi racconterò in un altro post, perchè "tutti devono sapere") sono incappata in lui, perchè - come mi han detto in tanti - si vede che lui era quello giusto, lui era il micetto destinato a me.
E' rachitico, denutrito, spelacchiato, mangia poco e va avanti a ricostituenti. Ma è oggettivamente bellissimo.
E mi sta cambiando la vita.
Il problema è che avere un essere vivente che dipende da te ti fa sentire in colpa.
In colpa perchè lavori tanto e lo trascuri, in colpa perchè non puoi giocare ogni momento con lui, in colpa perchè sai che in casa si annoia ma due gatti no, ve ne prego, ora proprio no.
Ti senti in colpa anche per averlo preso, ma poi pensi che l'hai salvato da una vita in gattile e allora passa, il senso di colpa, passa in secondo piano.
Lui fa cose strane, tipo dormire su di me, cerca il contatto fisico continuo, è troppo piccolo per non avermi scambiato per la sua mamma. Proprio quello che non voglio essere, la sua mamma, ma vaglielo a dire a un micetto che l'ha visto poco, la mamma? E allora accetto le sue fusa continue, la sua ricerca di me, il suo aspettarmi davanti la porta quando sente il portone aprirsi, stiracchiandosi perchè fino a tre secondi prima dormiva ma ora è lì, sempre nello stesso punto, ad aspettare che quella porta si apra.
Accetto tutto questo e lo ringrazio perchè davvero io avevo bisogno di lui e l'ho voluto tanto e l'ho cercato tanto e non potevo immaginare che fosse così bello averlo in casa fino a quando non è entrato, un Sabato, in casa mia.
L'ho chiamato Caos, perchè io sono un caos di donna e il mio animale domestico non può che esser identico a me, prendere le mie abitudini, i miei difetti e risparmiarsi i pregi. Dopo due giorni già ruzzolava giù - signorino sbadatello - da ogni mobile della casa, sbadato appunto, com'è la sua padrona. 
Ora inizierà la conoscenza vera di noi, l'accettarci per come siamo, il sopportare i nostri difetti (lui ama i miei divani, io pure, ma vorrei conservarli intonsi; io ho questa pessima abitudine di usare quel mostro tonante che chiamo "aspirapolvere") l'adorare i suoi vezzi (come quando gli accarezzo la testolina e lui alza la zampina cercandomi) e di strada ne faremo insieme, perchè - tanto per fare un esempio - io sono fermamente convinta che un giorno lui imparerà che stare sul mio segretaire mentre lavoro non significa, per forza, camminare avanti e indietro sulla tastiera del pc.
Questo è solo l'inizio, di una fantastica avventura, una delle tante che vivo in questi mesi, mesi così pieni di cose che non so contenerle tutte nel cuore e nella testa, piene di persone, viaggi, situazioni e ora, piene pure di gommini, zampotte e vibrisse.

lunedì 18 maggio 2015

Mille Miglia, Mille Storie.

 
 
Arrivo puntualissima, in netto anticipo nei confronti della prima macchina. 
Sento vociferare che "finiranno di arrivare dopo la mezzanotte" penso..."ma che davvero?" Ok, batteria del cellulare a niente, unica cosa da fare, staccare la connessione dati, fuori dai social ma perfettamente sul pezzo. Arrivo e cerco facce note, vengo sballottata di qua e di là da chi non capisce cosa cerco. Poi li trovo, lounge Mercedes, proprio sotto Castel S. Angelo. 
Due, tre foto, giusto per dire "ehi io sto qui stasera" poi guadagno un morbido cubo bianco, mi siedo e inizio a scrivere. Intorno a me il mondo. 
Tanta gente, alcuni famosi, altri molto famosi (tipo Martina Stella, tipo) io, nel mio di mondo, fatto di pensieri e di scrittura.
A volte mi prende così, vivo una situazione e mentre la vivo già voglio scriverne, come se vivendola la raccontassi a me stessa. 
Mentre aspettiamo che la Mille Miglia arrivi fisicamente dalle nostre parti, per poter godere dello spettacolo delle auto in passerella, incontriamo i protagonisti e il regista del film che ha preso spunto dalla Mille Miglia: Rosso Mille Miglia, che ha come protagonisti Martina Stella e Fabio Troiani, per la regia di Claudio Uberti, un film nato da immagini reali della Mille Miglia dello scorso anno, poi montate l'estate scorsa per dar vita a questo progetto cinematografico che verrà proposto in anteprima nel Padiglione Italia il 15 Ottobre (EXPO 2015)
 

Ma una delle vere protagonista del film e un'ali di gabbiamo, nome d'arte della famosa Mercedes 300 SL, stupenda e fascinosa come una bella donna, la macchina guidata (e bramata) da Troiani.
Poi un pensiero da parte del presidente della Mercedes Italia, Ronald Shell, che  simpaticamente si preoccupa di valutare la richiesta dell'attore principale di avere in dono l'ali di gabbiano guidata per tutto il film. Tentar non nuoce, non sia mai fosse fortunato (o, come diciamo a Roma " magari ce cascano!")
A quel punto, dopo le foto di rito l'attenzione si sposta sulla passerella, sulla quale godiamo, dal lounge, di un' ottima visuale. Io soprattutto, finita in pole position dopo un paio di furbi driblaggi, mi posiziono bene e mi attrezzo: Sony x le foto, Sony per le condivisioni (sono devota alla Sony, si vede?) sgabellino alto non sia mai mi stancassi di star in piedi, scatto, twitto, instagrammo per mezz' ora. Poi mi giro. Dietro di me cinque (che diventeranno dieci) uomini in piedi che mi odiano perché ho rubato una postazione ma si sa, chi prima arriva....
 
 
E ad un certo punto arriva. La prima auto. Una Ferrari, poi due, poi tre, quattro, cinque. Ho la storia del lusso e del genio italico che sfila davanti a me con nonchalance, guidata da uomini di ogni età, è emozione, vera.
Dopo le Ferrari arrivano le Mercedes. Una di queste me la sarei portata a casa, una a caso intendo...
 

Io non sono una donna patita di motori, ma la Mille Miglia mi affascina da anni, da quando ho iniziato a vederla percorrere la Via Cassia il Sabato Mattina, in direzione Viterbo, io che non ho mai avuto un Sabato mattina libero per seguirla e goderne. È sempre così, quando non puoi avere una cosa è il momento che la vuoi. Oppure, semplicemente, ci siamo incontrate ( io e la Mille Miglia) nel momento sbagliato, quando non potevo per motivi di lavoro.
Stasera invece, sono qui per tutte loro, sembra che sfilino una ad una per me, belle, alcune bellissime, prima le più veloci e moderne poi le storiche, le auto di epoca passata, quelle con fari grandi, sedili in pelle, buffe ruote che somigliano tanto a quelle delle biciclette, carrozzerie alte e imponenti, colori storici: Bugatti, Torpedo e via dicendo. 
Stasera poi, la Mercedes festeggia Stirling Moss e Hans Herrmann che tornano a guidare la 300 SLR in memoria della leggendaria vittoria del 1955. Sessanta anni fa, infatti, il giovane pilota inglese Moss e il copilota Jenkinson, vincevano la Mille Miglia proprio a bordo di questa Mercedes. Un avvenimento da ricordare, un occasione da commemorare. 
 
 
Una cosa mi ha chiarito questa serata, le auto sono femmina. E non è una questione di grammatica italiana, le automobili sono femmina per la loro estrema sensualità, il piacere di apparire, di essere, il piacere di mostrarsi, le automobili stanno lì, si fanno guardare e gli uomini ne sono irrimediabilmente attratti, rovinati a volte ma sempre attratti, come la falena bruciata dalla lampada. 


Quando vado via ci sono ancora macchine che aspettano lungo il serpentone delineato dalle forze dell'ordine. 
Nella notte si vedono solo i fari accesi che contrastando l'oscurità illuminano se stessi e accecando la vista del resto. 
Fremono, tutte, per farsi guardare, perché a momenti sarà il loro turno di farsi ammirare, ancora e ancora, come in ogni altra tappa che le ha portate da Brescia a Roma e le riporterà a Brescia. 
Poi la fine, per quest' anno, ognuna tornerà a casa, che sia Roma che sia Londra che sia vicino o lontano, per poi migrare di nuovo verso Brescia tra un anno, un grande stormo fatto di lusso e storia insieme che si muove per il piacere proprio ma anche e forse soprattutto, per il piacere di chi, nel suo piccolo, incappa in loro e sogna, un secondo anche, di poterne guidare una sola. Perché in fondo sognare non costa nulla.

martedì 12 maggio 2015

Scrivere


Il mio cane, tempo fa, è stato ferito gravemente da un cinghiale
Il buco che gli ha lasciato sul sedere era largo pressappoco due centimetri e mezzo. Era aperto e non poteva essere chiuso con punti di sutura perché - ci han detto - c'era bisogno che spurgasse.
E spurgava. Spurgava siero rossiccio, a volte pareva fango. Lo faceva continuamente e noi lì, ogni momento possibile, ad asciugarglielo via con le garze sterili.
Spurgando, il corpo del mio cane è guarito dal male che aveva dentro. Ha smesso di tirar fuori siero, il bozzo dell'infezione della ferita si è sgonfiato, il foro si è richiuso, il pelo sta oramai ricrescendo e tutto è tornato a posto.
Perché vi dico questo? Perché scrivere è come spurgare
Quante volte mi sono trovata davanti un file vuoto che ho riempito di parole sensate, a volte sensate solo per me o per un altro paio di persone, a volte parole che non pubblicherò mai o che nessuno leggerà mai, a volte parole che poi ho cancellato perché erano troppo forti e avrebbero solo fatto del male. 
Quante parole scritte per rabbia, per desiderio, con dolcezza o con la voglia di capire se stessi, o parole scritte perché si è capito.
Tirare fuori quello che si ha dentro e scriverlo, lasciando che non sia il ragionamento ma la mente leggera a guidare le mani sulla tastiera fa sì che alla fine ci si ritrovi con davanti se stessi senza saperlo, fa sì che in quelle righe ci sia una bella fetta di noi.
Spesso mi è capitato di scrivere perché era l'unica cosa che riuscivo a fare. Quando nella mente c'era così tanto caos che andava riallineata al corpo e al mondo, quando era così piena di gioia che non riuscivo proprio a contenerla e dovevo farla esplodere altrimenti sarei finita a correre urlandola, quella gioia, quando ero così piena di dolore che solo sanguinando dentro un file riuscivo a placarlo, quel dolore.
Scrivere è un aiuto e spesso è fine a se stesso
Quante volte rileggo ciò che scrivo (appena dopo averlo scritto), credo decine. A volte lo rileggo per narcisismo, altre volte - la maggior parte - per comprendere io stessa "ma cos'è che ho scritto? famme vedè un po' " perché davvero, a volte quando inizio a battere sulla tastiera non solo non so dove andrò a parare, ma non sembro nemmeno io, forse - alla fine - è vero...quella che scrive, non sono io, è la parte migliore di Nàima. Prima di tutto perché scrive e non parla.

lunedì 4 maggio 2015

Chianciano Terme - Ristopizza Tribeca (ristoche?)

saggezza nei bagni di Chianciano

Aprile è stato un mese così pieno che potevano essere due e ci sarei stata comunque stretta.
Per fortuna Aprile è finito.
Peccato. Peccato perché è il mese del mio compleanno e quindi mi ci sento legata per nascita ma pare che da un paio di anni i miei "Aprile" siano dei mesi un po' così, ma ora c'è Maggio, poi c'è Giugno e alla fine arriverà un altro Aprile che manco te ne accorgi e magari, con il terzo, andrà meglio. Magari.

Ad Aprile sono stata alle terme. Cosa c'è di più bello che andare con la tua sister (di cuore, non di sangue) a rilassarti alle terme? Niente, ve lo dico io.
Metti due donne in una piscina di acqua calda a chiacchierare un intero pomeriggio, manda sulla Terra le sette piaghe d'Egitto tutte in una volta, e poi dimmi se se ne accorgono. Ma anche no!


mercoledì 29 aprile 2015

Un compleanno a Milano - Pizzeria Gino Sorbillo


Ho iniziato a scrivere questo post mentre stavo andando a Milano per la, credo, quarta volta in sei mesi. Se pensate che io abbia un amante a Milano mettetevi in fila, prendete il numeretto e poi sedetevi comodi, la gente che lo pensa riempie un ufficio postale il giorno del pagamento delle pensioni.
Ma va beh.
Io vado a Milano perché mi piace avere un posto sicuro dove rifugiarmi, dove tutto va bene, dove anche se il cielo è bigio non lo sono io, dove trovo persone che amo e che mi amano, di cuore.

lunedì 27 aprile 2015

Aperitivando da Otbred


La scorsa settimana, dopo un'intensa, stressante ma produttiva giornata di lavoro, sono "scappata" da tutto per rifugiarmi da Otbred, un nuovo localino che ha aperto il 20 Marzo a Piazzale Clodio.

mercoledì 22 aprile 2015

Viziati sentimentali

Eh lo so, per l'ennesima volta anche in questo post non parlo di cibo ma forse è perché un giorno, magari... volendo... smetterò di scrivere di cibo, magari scriverò sulla la pace nel mondo o la difesa dell'ambiente o il rispetto tra esseri umani, insomma, sento di avere una spiccata propensione verso le cause perse.




Esistono, sono pochi ma sono tra noi.
Sono i viziati sentimentali.
Non sono cattive persone, spesse volte non sanno di essere dei "viziati sentimentali", non lo sanno fin quando qualcuno non glielo fa notare. A quel punto la reazione più probabile è l'immobilismo. Scoprire di essere "solo" dei viziati sentimentali li spiazza, li incuriosisce anche ma poi li rende coscienti delle conseguenze del loro essere e questo, infine, li sconvolge.
Ma i viziati sentimentali hanno un asso nella manica. Sono viziati. E come tutti i viziati sono più forti, si nutrono dell'amore che gli altri provano per loro.
Loro, i viziati sentimentali, non hanno mai fatto fatica a farsi amare.
Tutti li amano. O quasi.
La famiglia, gli amici, gli amori, i colleghi, gli estranei che incappano in loro. Hanno un'aurea, un qualcosa che fa si che la gente ne sia attratta, sono di quei tipi a cui non si resta indifferente, procurano emozioni, grandi simpatie o antipatie a pelle, ma comunque emozioni. Forti. 
Per esserlo, viziati sentimentali,  bisogna avere qualcosa in più degli altri, un plus che distingue. Non si tratta di essere più belli, ma di avere una luce, un qualcosa che distingue e che in breve o alla lunga li fa apparire desiderabili, sotto un qualsiasi punto di vista.

I viziati sentimentali pensano che tutto gli sia permesso semplicemente perché mai nessuno gli ha detto "ma anche no!"
Amati senza meritarselo troppo, stimati senza faticare quotidianamente, ammirati vivendone di rendita. Tutto troppo facile, può durare venti, trenta, quarant'anni ma non può durare per sempre. E così arriva, arriva il muro contro cui si schiantano, prima o poi, tutti i viziati sentimentali.
E' come un crash test, solo che non è un test, è vero, succede realmente. E l'immobilismo di cui sopra è la reazione causata dal pensare "no, non io, non a me. E' impossibile". E invece anche sì.

Ora. 
Dopo il "botto" ci sono due tipologie di reazioni: la più semplice è la chiusura.
- "Io ho ragione, tutti voi torto, tornate ad amarmi come prima/troverò chi mi ama come prima/non si può non amarmi come prima."
La seconda, che svela i viziati sentimentali con un cuore oltre che un ego, è più lenta, dolorosa e ragionata.
Si fermano per... pensare. Per riflettere. Su se stessi. E per la prima volta nella loro vita mettono in dubbio il loro agire, chiedendosi stupiti "ma che davvero la/lo sbagliata/o sono io?"
In molte terapie si dice che la presa di coscienza è il primo passo verso la guarigione di sé. Chiedersi se si è sbagliati porta con se una valanga di domande.
 - e se non fosse così scontato amare tutto di me?
- e se domani le persone che mi amano, semplicemente, si esaurissero?
- e se ci fosse qualcosa in me che non permette agli altri di amarmi davvero?
- e se fosse tutto un bluff?

L'autocritica che è alla base di queste domande porta a responsabilizzarsi circa i propri atteggiamenti. I viziati sentimentali cominciano a svestirsi dei loro panni di viziati e, cosa dolorosissima, provano a indossare quelli di chi gli sta di fronte. E lì, un ennesimo crollo. Quanto fa male comprendere quello che si fa e come lo si fa. Si percepiscono le mancanze, le inadeguatezze affettive, le crudeltà dettate dalla leggerezza, gli spari di sentenze riecheggiano e feriscono come palline da tennis sparate a raffica contro un principiante privo anche di una racchetta che possa aiutarlo a rigettarle lontano.
Inermi, i viziati sentimentali si immedesimano nell'altro da sé. Respirano, soffocando, le loro stesse sentenze, non trovano aria nei loro stessi giudizi affrettati, non si lasciano pensare e parlare. 
Se a quel punto riuscissero a piangere di sé stessi, sarebbero salvi. Ma la percezione via via aumenta e gli esempi gli saltano al collo, soffocandoli sempre più. Se solo riuscissero a piangere...

Viziati sentimentali all'ascolto, credete a me, a voi non è mai bastato contare fino a dieci, perché potreste anche farlo in ostrogoto, o in cinese, pur non conoscendoli, l'ostrogoto e il cinese; non è mai bastato, a voi, chiudere l'orifizio che tenete in volto per non far uscire delle parole che tanto, prima o poi, farete uscire. Solo l'auto consapevolezza vi salverà e, contraddicendo il solo titolo di un film "nessuno si salva da solo, ma invece voi potete farlo. Vi basta volerlo davvero. vi basta sapere, che ne vale la pena".

venerdì 10 aprile 2015

New opening ai Parioli. Arriva Banco 39



Bello, bello davvero.
Nuovo, vintage, perfetto in zona Parioli, dove mancava un locale che rompesse un po' gli schemi. 
E' Banco 39 e ha aperto giusto ieri sera in Via G. Antonelli al civico 39 (appunto).

mercoledì 1 aprile 2015

A me la gente piace


Tanto tempo fa scrissi sulla mia pagina Facebook di conoscere veramente bella gente, sia dal vivo che virtualmente parlando. 
Che posso dire, attiro belle persone: persone gentili, disponibili, cordiali.
Sarà un caso? Spero di no.

mercoledì 4 marzo 2015

Mi son scordata...del quarto compleanno del blog.

Eppur mi son scordato di te
come ho fatto non so.
Una ragione vera non c'è lei era bella però. 

[...]
Ma che disperazione
nasce da una distrazione
[...]
lo sai che t'amo io ti amo veramente. 

Cosa si fa quando ci si sente in colpa? si cerca di rabbonire chi quella colpa te la fa percepire sulla pelle. Arrivo a far gli occhi a cuore, a volte funziona, altre no.
Il 28 Febbraio son stati 4 anni dall'apertura di questo blog.
Io l'ho dimenticato.
Io ho la testa...altrove (parafrasando un triste film) e così quel Sabato, a tutto ho pensato, tranne che a lui, al mio blog, la creatura a cui devo tanto.
Sono un'ingrata, lo sapevate? 
Cosa dire per rimediare? Che ti amo, mio piccolo blog, che dovrei rifarti il vestitino, che è vecchio, logoro, cade a pezzi e non mi appartiene più. Ma, come tante cose che non mi appartengono più, mettiti in fila...arriverà anche il tuo turno.

Ciao "cucino da vicino" buon compleanno.

giovedì 26 febbraio 2015

Fenomenologia del lievito madre e del perchè non saró mai una vera foodblogger

Leggi questo post se...
non ti senti perfetto e manco ci tieni a esserlo


In principio fu un ammasso di farina, acqua e poco altro. 
Poi, pian piano, curato con amore e dedizione come fosse un primogenito, prese vita la massa voluminosa, gassosa e blobbante chiamata lievito naturale.
La capistipide di tutti gli impegni, una massa che viveva una vita propria e che chiedeva solo di essere amata e rinfrescata ogni tanto.
I giorni passavano e la massa (che chiameremo amichevolmente "Janet" ) cresceva.
All'inizio Janet non richiedeva particolari attenzioni, potremmo dire che, come un neonato, mangiava e dormiva.
Ma pian piano la sua crescita miracolosa obbligò a una separazione, che sapeva di divisione, la sua moltiplicazione portò alla spartizione.
Così i panetti divennero due e il primogenito divenne madre, la madre di tutti i pani lievitati, di tutte le pizze fatte in casa e via discorrendo.
Ma a forza di lievitare, di crescere e di moltiplicarsi, Janet divenne più di quanto la famiglia che la ospitava potesse sopportare e fu la volta dei regali.
Una madre a me, una madre a te e una madre pure a lei così fanno sei (semi cit. solo per veri amanti della musica italiana) ma non bastava mai, lei cresceva, e più cresceva più aveva bisogno di attenzioni, di spartizioni, perchè che fai " 'a butti, enno eh..."
E poi arrivò il tempo delle vacanze, la settimana biancamacheseipazza 'ndo vai e Janet chi la rinfrescacazzo!
Conosco persone che per il cane non festeggiano il Capodanno, "perchè sai...i botti gli fanno paura e allora, stiamo tutti qui a casa vicinivicini".
Ecco. In confronto all'impegno con Janet il loro è come i primi tre mesi insieme di due novelli sposini: 'na passeggiata de salute.
E così, alla fin fine, anche considerando che Janet santapace non è un essere davvero vivente, la decisione è presa, anzi, la decisione viene presa senza accorgersene.
Iniziano le dimenticanze...il suo posto nel frigo diventa invisibile, dimenticato, si confonde con il frigo stesso.
Alla domanda: "A Janet c'hai pensato tu?" si risponde
La prima volta:  "Ah no, cavolo!"
La seconda: "Ah no!"
La terza: "Ah, no, uff"
La quarta: "Ah no, e checojonijanet!"
La quinta: "chi è Janet?"
E così si conclude la storia di Janet e del perchè, io, non sarò mai una vera foodblogger... 

lunedì 23 febbraio 2015

Biscotti con i datteri

Leggi questo post se...
hai qualcosa dentro


Il rapporto che ho con mia madre meriterebbe un blog a parte. 
Potrei scriverci su un tomo di mille pagine e qualcosa resterebbe ancora da dire.
Vi dico solo che, secondo me, se le chiedete il nome del mio blog, lei non se lo ricorda.
Ma non è stupida, semplicemente il suo cervello incamera solo le informazioni che daverodavero fanno la differenza nella sua esistenza.
Il nome del mio blog, non è certo tra quelle.

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