mercoledì 22 aprile 2015

Viziati sentimentali

Eh lo so, per l'ennesima volta anche in questo post non parlo di cibo ma forse è perché un giorno, magari... volendo... smetterò di scrivere di cibo, magari scriverò sulla la pace nel mondo o la difesa dell'ambiente o il rispetto tra esseri umani, insomma, sento di avere una spiccata propensione verso le cause perse.




Esistono, sono pochi ma sono tra noi.
Sono i viziati sentimentali.
Non sono cattive persone, spesse volte non sanno di essere dei "viziati sentimentali", non lo sanno fin quando qualcuno non glielo fa notare. A quel punto la reazione più probabile è l'immobilismo. Scoprire di essere "solo" dei viziati sentimentali li spiazza, li incuriosisce anche ma poi li rende coscienti delle conseguenze del loro essere e questo, infine, li sconvolge.
Ma i viziati sentimentali hanno un asso nella manica. Sono viziati. E come tutti i viziati sono più forti, si nutrono dell'amore che gli altri provano per loro.
Loro, i viziati sentimentali, non hanno mai fatto fatica a farsi amare.
Tutti li amano. O quasi.
La famiglia, gli amici, gli amori, i colleghi, gli estranei che incappano in loro. Hanno un'aurea, un qualcosa che fa si che la gente ne sia attratta, sono di quei tipi a cui non si resta indifferente, procurano emozioni, grandi simpatie o antipatie a pelle, ma comunque emozioni. Forti. 
Per esserlo, viziati sentimentali,  bisogna avere qualcosa in più degli altri, un plus che distingue. Non si tratta di essere più belli, ma di avere una luce, un qualcosa che distingue e che in breve o alla lunga li fa apparire desiderabili, sotto un qualsiasi punto di vista.

I viziati sentimentali pensano che tutto gli sia permesso semplicemente perché mai nessuno gli ha detto "ma anche no!"
Amati senza meritarselo troppo, stimati senza faticare quotidianamente, ammirati vivendone di rendita. Tutto troppo facile, può durare venti, trenta, quarant'anni ma non può durare per sempre. E così arriva, arriva il muro contro cui si schiantano, prima o poi, tutti i viziati sentimentali.
E' come un crash test, solo che non è un test, è vero, succede realmente. E l'immobilismo di cui sopra è la reazione causata dal pensare "no, non io, non a me. E' impossibile". E invece anche sì.

Ora. 
Dopo il "botto" ci sono due tipologie di reazioni: la più semplice è la chiusura.
- "Io ho ragione, tutti voi torto, tornate ad amarmi come prima/troverò chi mi ama come prima/non si può non amarmi come prima."
La seconda, che svela i viziati sentimentali con un cuore oltre che un ego, è più lenta, dolorosa e ragionata.
Si fermano per... pensare. Per riflettere. Su se stessi. E per la prima volta nella loro vita mettono in dubbio il loro agire, chiedendosi stupiti "ma che davvero la/lo sbagliata/o sono io?"
In molte terapie si dice che la presa di coscienza è il primo passo verso la guarigione di sé. Chiedersi se si è sbagliati porta con se una valanga di domande.
 - e se non fosse così scontato amare tutto di me?
- e se domani le persone che mi amano, semplicemente, si esaurissero?
- e se ci fosse qualcosa in me che non permette agli altri di amarmi davvero?
- e se fosse tutto un bluff?

L'autocritica che è alla base di queste domande porta a responsabilizzarsi circa i propri atteggiamenti. I viziati sentimentali cominciano a svestirsi dei loro panni di viziati e, cosa dolorosissima, provano a indossare quelli di chi gli sta di fronte. E lì, un ennesimo crollo. Quanto fa male comprendere quello che si fa e come lo si fa. Si percepiscono le mancanze, le inadeguatezze affettive, le crudeltà dettate dalla leggerezza, gli spari di sentenze riecheggiano e feriscono come palline da tennis sparate a raffica contro un principiante privo anche di una racchetta che possa aiutarlo a rigettarle lontano.
Inermi, i viziati sentimentali si immedesimano nell'altro da sé. Respirano, soffocando, le loro stesse sentenze, non trovano aria nei loro stessi giudizi affrettati, non si lasciano pensare e parlare. 
Se a quel punto riuscissero a piangere di sé stessi, sarebbero salvi. Ma la percezione via via aumenta e gli esempi gli saltano al collo, soffocandoli sempre più. Se solo riuscissero a piangere...

Viziati sentimentali all'ascolto, credete a me, a voi non è mai bastato contare fino a dieci, perché potreste anche farlo in ostrogoto, o in cinese, pur non conoscendoli, l'ostrogoto e il cinese; non è mai bastato, a voi, chiudere l'orifizio che tenete in volto per non far uscire delle parole che tanto, prima o poi, farete uscire. Solo l'auto consapevolezza vi salverà e, contraddicendo il solo titolo di un film "nessuno si salva da solo, ma invece voi potete farlo. Vi basta volerlo davvero. vi basta sapere, che ne vale la pena".

venerdì 10 aprile 2015

New opening ai Parioli. Arriva Banco 39



Bello, bello davvero.
Nuovo, vintage, perfetto in zona Parioli, dove mancava un locale che rompesse un po' gli schemi. 
E' Banco 39 e ha aperto giusto ieri sera in Via G. Antonelli al civico 39 (appunto).
Qui si fa street food forte (pessima citazione cinematografica, lo so, che capiranno in tre. Credo) street food di altri tempi, senza contaminazioni moderne, nessuna fusione con le mode del momento, nessun cedimento verso gli ammiccanti ingredienti che inondano i locali di pari genere, in un epoca in cui - oramai - lo street food sta perdendo il suo sapore originale. Non una critica a chi fa scelte differenti, sia chiaro, ma un elogio a chi vuole andare avanti brandendo solo la vera tradizione italiana.



Banco 39 non vuole cedere alle tentazioni e vuole restare puro, verace, primitivo. Almeno nel menù.
Tre le tipologie di offerte gastonimiche del locale:

- classico: con cibo da asporto che si gusta camminando per strada (il vero street-food)

- veloce: con proposte fast da gustare al banco, in piedi, in pochi minuti

- slow: con idee da gustare seduti ai tavoli

Il locale è composto di due piani, il piano terra con un lunghissimo bancone per il cibo veloce e dei tavoli sospesi con alti sgabelli e il primo piano, con tavoli per gustare le pietanze slow. Il tutto è stato curato dall'architetto romano Tatà Gallo che ha fatto uso di tanto ferro e acciaio, decori vintage e disegni sui muri per creare un ambiente unico nel suo genere. 


Ma torniamo a parlare di cibo (non a caso, siete su un blog di cucina, mica di giardinaggio...)
Le proposte di Banco 39 non si "limitano" allo street food verace, un piccolo (quanto assolutamente delizioso) chiosco all'interno del locale "sforna" porchetta, prosciutti, mozzarelle e formaggi per taglieri e panini realizzati ad hoc; Gli orari d'apertura poi, che vanno dalle 7 di mattina alla mezzanotte, ne fanno un locale dove consumare la più tradizionale delle colazioni, pranzi veloci ma anche aperitivi sfiziosi.
Qualche chicca? pane e pizza sono forniti da Gabriele Bonci. Ora, c'è bisogno che io, proprio io, vi venga a dire, nel 2015, chi è Bonci? No vero? E poi salse Trombolotto, prodotti Simposio e beverage Martini & Rossi.


Il futuro di Banco 39? E' già scritto, serate eventi con produttori, chef e foodblogger (di quelli cazzuti) per interpretare a quattro o più mani il cibo laziale in chiave "cibo di strada" quindi: stay tuned...

Banco 39
Via G. Antonelli 39.
Tel.  +39 06 64 79 05 44

mercoledì 1 aprile 2015

A me la gente piace


Tanto tempo fa scrissi sulla mia pagina Facebook di conoscere veramente bella gente, sia dal vivo che virtualmente parlando. 
Che posso dire, attiro belle persone: persone gentili, disponibili, cordiali.
Sarà un caso? Spero di no.
Lo so, una rondine non fa primavera e non tutti sono puliti, radiosi o cordiali; la città è piena di prepotenti e maleducati, li riconosci al primo sguardo, che inveiscono per un parcheggio, che fanno la cavalletta sulle strade o suonano appena scatta il verde. Eppure, nonostante loro, io mi trovo ad imbattermi in tanta bella gente.
Quella che ti sorride all'ospedale senza un perché, quella che ti saluta la mattina quando passi per andare al bar, mentre gli uccellini cinguettano e le farfalle volano, quella che ti aiuta in maniera disinteressata e potrei farne a bizzeffe di esempi così.

E poi c'è tutta quella gente che mi fa passare avanti quando sono in fila al supermercato.

E questo è un vero mistero per me, perché paio esser come una calamita, se arrivo alle casse con uno o due pacchetti in mano puntualmente la coppietta, la signora o il vecchietto davanti a me si gira, come percependo che non ho quasi nulla in mano e mi dice "ha solo quello?! MA ALLORA PASSI!!"

Sarà che quando si girano tendo "involontariamente" a piegare la testa da un lato e mi capita casualmente di fare dei sorrisi che manco Garfield e gli occhi non so eh, ma giurerei che divengono dei cuoricini che a confronto - caro gatto con gli stivali - lèvate, fatto sta che certi giorni mi sembra di vivere in un film di Jeunet. 
Ma poi penso a quelli che inveiscono per un parcheggio, a quelli che fanno la cavalletta sulle strade, a quelli che...e allora mi ricordo che la vita non è un film...

E' quasi un mese che non scrivo su questo blog. Lo preciso perchè non ho smesso di scrivere, anche volendo, non posso farlo. 
Ci sono alcuni lavori che sono più complicati di altri, perchè sono legati a doppio nodo al tuo stato d'animo. Se sei impiegato in un'azienda e curi...che so...le risorse umane, potrai essere allegro, triste, annoiato, ma questo non influirà più di tanto sul tuo rendimento. 
Se scrivi di emozioni, che siano reali, immaginarie, che te le procuri un piatto di gricia o una bombetta alla crema, devi partire da un presupposto, devi volerle sentire quelle emozioni. Altrimenti è solo una cena, un assaggio, una degustazione.
Se scrivi di te e lo fai pubblicamente devi mettere in conto che la gente ti legge.
La gente che non conosci, la gente che conosci. Devi mettere in conto critiche, curiosità, ammirazione e devi mettere in conto che il tuo diario sarà come un settimanale.

Il riccio, mica stupido il riccio. Si chiude "a riccio" perchè non gli venga fatto del male, ma anche per farne lui stesso, nel caso in cui si provasse...a fargliene. Io sto facendo il riccio da un po', mi chiudo per non scoprire il fianco, ma così facendo non vado avanti, anzi, vado indietro. Sono un ricciogambero. E i riccigamberi non esistono. O forse sono esistiti ma si sono estinti magari, e noi nemmeno lo abbiamo mai saputo per cui, è evidente che non sia una "buona cosa" essere un ricciogambero.

Per cui devo decidermi a uscire, dalla ricciogamberitudine che si è impossessata di me. Lo devo a me stessa. Mica ad altri. Ma no, forse anche ad altri, a chi mi sopporta, mi sostiene, mi perdona  se non quotidianamente quantomeno a giorni alterni, a chi si preoccupa per me. E lo devo ai tre mesi che mi mancano per diventare pubblicista, all'anno e nove mesi di fatiche per diventarlo...e poi a questo blog che davvero...è sempre l'ultimo dei miei pensieri (porello) come un parente che non chiami mai, che non senti mai, di cui non ti curi perchè tanto sai...che lui è lì...e allora va bene così.

mercoledì 4 marzo 2015

Mi son scordata...del quarto compleanno del blog.

Eppur mi son scordato di te
come ho fatto non so.
Una ragione vera non c'è lei era bella però. 

[...]
Ma che disperazione
nasce da una distrazione
[...]
lo sai che t'amo io ti amo veramente. 

Cosa si fa quando ci si sente in colpa? si cerca di rabbonire chi quella colpa te la fa percepire sulla pelle. Arrivo a far gli occhi a cuore, a volte funziona, altre no.
Il 28 Febbraio son stati 4 anni dall'apertura di questo blog.
Io l'ho dimenticato.
Io ho la testa...altrove (parafrasando un triste film) e così quel Sabato, a tutto ho pensato, tranne che a lui, al mio blog, la creatura a cui devo tanto.
Sono un'ingrata, lo sapevate? 
Cosa dire per rimediare? Che ti amo, mio piccolo blog, che dovrei rifarti il vestitino, che è vecchio, logoro, cade a pezzi e non mi appartiene più. Ma, come tante cose che non mi appartengono più, mettiti in fila...arriverà anche il tuo turno.

Ciao "cucino da vicino" buon compleanno.

giovedì 26 febbraio 2015

Fenomenologia del lievito madre e del perchè non saró mai una vera foodblogger

Leggi questo post se...
non ti senti perfetto e manco ci tieni a esserlo


In principio fu un ammasso di farina, acqua e poco altro. 
Poi, pian piano, curato con amore e dedizione come fosse un primogenito, prese vita la massa voluminosa, gassosa e blobbante chiamata lievito naturale.
La capistipide di tutti gli impegni, una massa che viveva una vita propria e che chiedeva solo di essere amata e rinfrescata ogni tanto.
I giorni passavano e la massa (che chiameremo amichevolmente "Janet" ) cresceva.
All'inizio Janet non richiedeva particolari attenzioni, potremmo dire che, come un neonato, mangiava e dormiva.
Ma pian piano la sua crescita miracolosa obbligò a una separazione, che sapeva di divisione, la sua moltiplicazione portò alla spartizione.
Così i panetti divennero due e il primogenito divenne madre, la madre di tutti i pani lievitati, di tutte le pizze fatte in casa e via discorrendo.
Ma a forza di lievitare, di crescere e di moltiplicarsi, Janet divenne più di quanto la famiglia che la ospitava potesse sopportare e fu la volta dei regali.
Una madre a me, una madre a te e una madre pure a lei così fanno sei (semi cit. solo per veri amanti della musica italiana) ma non bastava mai, lei cresceva, e più cresceva più aveva bisogno di attenzioni, di spartizioni, perchè che fai " 'a butti, enno eh..."
E poi arrivò il tempo delle vacanze, la settimana biancamacheseipazza 'ndo vai e Janet chi la rinfrescacazzo!
Conosco persone che per il cane non festeggiano il Capodanno, "perchè sai...i botti gli fanno paura e allora, stiamo tutti qui a casa vicinivicini".
Ecco. In confronto all'impegno con Janet il loro è come i primi tre mesi insieme di due novelli sposini: 'na passeggiata de salute.
E così, alla fin fine, anche considerando che Janet santapace non è un essere davvero vivente, la decisione è presa, anzi, la decisione viene presa senza accorgersene.
Iniziano le dimenticanze...il suo posto nel frigo diventa invisibile, dimenticato, si confonde con il frigo stesso.
Alla domanda: "A Janet c'hai pensato tu?" si risponde
La prima volta:  "Ah no, cavolo!"
La seconda: "Ah no!"
La terza: "Ah, no, uff"
La quarta: "Ah no, e checojonijanet!"
La quinta: "chi è Janet?"
E così si conclude la storia di Janet e del perchè, io, non sarò mai una vera foodblogger... 

lunedì 23 febbraio 2015

Biscotti con i datteri

Leggi questo post se...
hai qualcosa dentro


Il rapporto che ho con mia madre meriterebbe un blog a parte. 
Potrei scriverci su un tomo di mille pagine e qualcosa resterebbe ancora da dire.
Vi dico solo che, secondo me, se le chiedete il nome del mio blog, lei non se lo ricorda.
Ma non è stupida, semplicemente il suo cervello incamera solo le informazioni che daverodavero fanno la differenza nella sua esistenza.
Il nome del mio blog, non è certo tra quelle.
Però si ricorda di dire alle amiche quando vado in tv, quando esce un libro che contiene le mie ricette, quando sul settimanale di turno parlano di me e cose simili. D'altronde non è che queste cose capitino tutti i giorni, sia chiaro!
Se le chiedete che lavoro faccio poi, vi dirà tutt'altro. Questo del food lei non lo ritiene proprio un lavoro.
Della serie "bello, brava, divertiti, che carino ma ora basta cincischiare e vai a lavurà in ufficio figlia mia!"
C'è da capirla, io per prima non mollo il mio comodo posto da dipendente e tutto quello che ne consegue...
Considerandolo un simpatico hobby (o come mi disse un giorno un giovanissimo pubblicista "un hobby costoso") non è tra le prioritá della mia vita. 
Secondo lei.
Al massimo uno scacciapensieri, come dire "invece che andare in palestra, scrivi e cucini".
Immaginatevi quindi, quanto io mi sia stupita, al limite della commozione, quando un giorno mi è arrivata con un ritaglio da una scatola di datteri dicendomi "devo far questa ricetta, se vien bene puoi metterla sul blog"
I biscotti son venuti bene.
Eccovi la ricetta. Il resto è dentro di me....

lunedì 16 febbraio 2015

Social Dinner da Cucina Borghese. Pane in pentola!



Mercoledì sera, presso Cucina Borghese, un particolarissimo locale nato dentro la libreria Kappa in Piazza Borghese, al civico 6, si terrà la social dinner a tema "Pane in pentola", una cena in piedi dove il protagonista della serata e di ogni portata sarà il pane del giorno dopo, il pane potremmo dire "indurito" che - invece di essere gettato - può rinascere a nuova vita ed essere l'ingrediente base per varie ricette.
In cucina, per l'occasione, ci saranno Maria Castellano e Roberta Quinzi la prima, scrive libri a tema panificazione con Biblioteca Culinaria, la seconda, figlia di uno dei proprietari del rinomato ristorante "Quinzi e Gabrieli". La coppia di chef ci delizierà con il menù che vi riporto di seguito:

- Millefoglie dadolata di verdure
- Zuppa di zucca con dadoni di pane al coriandolo
- Polpette di Pane Cacio e Pepe
- Crema di pane speziata
- Tiramisù pan di spezie
- Zuppa inglese pan brioche

Io ci sarò, in prima fila (ecccome te sbagli, direte voi) per assaggiare e gustarmi il tutto, incuriosita dall'idea del riciclo come linea guida per una cucina alternativa. 
Nel caso fosse interessati, vi informo che il prezzo per partecipare è di 23 euro a persona (e comprende anche una consumazione).

Cucina Borghese
Piazza Borghese, 6 - Roma
per info e prenotazioni - 366.25.74.190

venerdì 13 febbraio 2015

Milano, mon chèri


Tutte le foto sono state scattate con il SONY Z3 Compact

Cara Milano oggi ti scrivo.
Ti ho snobbata beatamente per quasi trentotto anni.
Ti ho evitata per spocchia, superiorità e menefreghismo acuto.
Poi ho iniziato a conoscerti attraverso le persone che ti vivono, ho iniziato a volerti bene come si vuol bene ai figli degli amici piú cari, per interposta persona.
In pochi mesi ti ho vissuta tre volte.
La prima è stata fatale. Colpo di fulmine immediato. Io, il tuo Duomo, (mamma mia, non a caso è la foto che apre questo post, ed è solo una di quelle che gli ho fatto, sì perchè l'ho fotografato:
- con la pioggia
- con il sole
- con il cielo bigio
- di notte)
L'ultima volta che ti ho vista è stata qualche giorno fa, ti ho vissuta per un lungo week end, con l'amica del posto, girandoti in lungo e in largo, dai Navigli a Via Dante, da Porta Nuova alle colonne di San Lorenzo.

mercoledì 4 febbraio 2015

Unbroken - una foodblogger al cinema



Quando mi hanno invitata all'anteprima per la stampa del film Unbroken, uscito nelle sale il 29 Gennaio, ho pensato: Cosa c'entro io con un film?
Poi mi sono risposta. Io scrivo. Punto.
Di cosa io scriva è superfluo, trovo il modo di comunicare le mie emozioni, che si tratti di un piatto di carbonara, di un giro su una Smart  o di un film al cinema, poco importa.
E così sono andata, al cinema Barberini di Roma, e mi sono ritrovata in una sala gremita di giornalisti dello spettacolo e quanto mi son sentita fuori contesto non ve lo sto manco a dire.
Poi però si sono spente le luci, il film in lingua originale sottotitolato e iniziato e io ho incominciato a far incetta di emozioni.


Unbroken racconta la storia vera di un uomo che non si è fatto piegare da nulla, la storia straordinaria di un uomo normale, figlio di immigrati italiani che sin da bambino dimostrava di avere un temperamento forte e ribelle, che ha trovato nello sport (la corsa) lo sfogo e il canale per indirizzare le sue energie, uno sfogo che l'ha aiutato a non perdersi. 
Così è arrivato alle Olimpiadi. Così le ha vinte, nella Germania di Hitler. Da lì poi, però, la guerra, arruolato come puntatore sui bombardieri, viene abbattuto con i suoi amici e compagni, ragazzi come lui, giovani spaventati che si ritrovano a dover sfuggire a 47 giorni di solitudine e fame in mezzo all'oceano. Poi i campi di prigionia giapponesi, i soprusi, l'odio e l'invidia di chi dovrebbe solo "controllarlo" e invece finisce per sfogare su di lui le proprie frustrazioni di giovane comandante nipponico frustrato e fallito. 
Guardando il film, vedendo tutto quel che è successo a questo ragazzo, più e più volte la domanda è stata: come ha fatto. 
Come ha fatto a non impazzire, a non cedere, a non desiderare la morte. O magari così è stato, magari ha desiderato più volte la morte ma non ha ceduto, la voglia di vivere ha avuto il sopravvento, magari era coraggio il suo, magari era desiderio di non darla vinta al nemico, chissà, fatto è che - dopo anni di progionia in mano ai giapponesi è riuscito ad arrivare a vedere i suoi compatrioti vincere, è riuscito ad arrivare alla fine della guerra.

giovedì 29 gennaio 2015

Vin Brulè

Leggi questo post se...
vi piace l'idea di un vino caldo, profumato, aromatico e speziato


E' da tanto tempo che mi ronzava in testa l'idea di preparare il vin brulè.
Io sono così, se una cosa mi ronza in testa non posso sfuggirle, parafrasando Venditti "certe ricette non finiscono...fanno dei giri immensi e poi ritornano..."
Così questo Dicembre mi son decisa, ho chiesto info in merito al mio amico Roberto, ho fatto la lista della spesa e sono andata al supermercato.
Acquistate spezie e un caratteristico vino pugliese (in onore alle origini del mio amico) son tornata a casa e - nel pomeriggio di Natale - con tutti i parenti che guardavano e aspettavano curiosi/scettici/nel più totale menefreghismo (eh, tanta gente...tante emozioni) ho preparato il mio primo vin brulè.
E questa è la ricetta.
p.s. cosa ne penso? Beh, per darvi un'idea vi dico solo una cosa...per il prossimo anno conto di acquistare le caratteristiche tazze di vetro con manico per poterlo servire ma, usando una colorita espressione il tutto si racchiude nell'esclamazione "è 'na droga!"

giovedì 15 gennaio 2015

Quando il corpo ti sta dietro...


Sto dimagrendo...velocemente e con soddisfazione.
Il mio trucco è un non-trucco. Semplicemente mangio poco, mangio sano (diciamo pure sanissimo) bevo molta acqua liscia e faccio sport in ogni momento libero che ho.
Sto lavorando anche. E tanto.
Diciamo pure tantissimo.
Per cui trovar tempo per lo sport è una vera impresa ma - ammetto - di contro è una vera impresa anche trovar tempo per mangiare e quindi, forse, le due cose finiscono per bilanciarsi.
E sto vedendo il mio corpo cambiare.
Un corpo da trentottenne non è come il corpo di una ventenne. In teoria.
In pratica credo che la genetica sia dalla mia o, più semplicemente, nessuno ha avvertito il mio metabolismo che io non ho più vent'anni.

martedì 23 dicembre 2014

Pane e tempesta

"Ho fatto un sogno - gli disse a voce bassa.
Io e te camminavamo in montagna, 
finivamo in una Nuvola alta e nera e scoppiava un gran temporale.
Cominciava a piovere [...] Tu tiravi fuori il pane fradicio e ti mettevi a ridere
E sai io cosa ti dicevo? [...]
- Piovi pure cielo nero, grandina e tu, vento, soffiaci contro!
Noi abbiamo sempre mangiato pane e tempesta.
E terremo duro."

Pane e Tempesta - di Stefano Benni



Il nome di questa pizzeria gourmet ha un qualcosa di magico, di poetico, di bello e lo si capisce anche se non si conosce questo brano tratto dal libro di Stefano Benni.
E' magico perché è un locale che nasce portando con sé della poesia, oltre che promesse di qualità e gusto.
La poesia pervade Pane e Tempesta. 
Le parole sopra riportate sono dipinte sulle pareti del piccolo locale, qualche tavolo per gustare in loco i loro prodotti, un bancone di legno naturale per servire e mostrare la pizza (e non solo) e delle cassette per contenere il pane fatto in casa. 
La semplicità, il bello, il profumo di pane e di buono.
Alcuni sacchi di juta a decoro del soffitto, come tende che riparano dal freddo intonaco, come vele che traghettano con naturalezza. 


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...